Il piccolo borgo di Muscian nella valle dl’Elf é stato in passato un luogo di stregonerie.

     In pieno Seicento di caccia alle streghe, due povere donne del paese Luigia de Ghittinis e Giovannina de Anselmettis fu Antonio, madre e figlia, messe alle strette dall’inquisitore avevano dichiarato d’essere state più volte “alli balli et radunanze delle streghe, cioé due volte nella sera del giovedì et le altre in altri giorni della settimana ed andava in questo modo, cioé sua madre l’ungeva sotto li piedi con un olio che aveva in un olletta indicata… et poi subito camminava per aria, due volte sopra le spalle della propria madre, et altre volte portata da un non so che, che pareva un gatto”, mangiarono abbondantemente tenera carne di neonato “et le cavarono il sangue con una cosa che pareva una conchiglia ossia ‘lumaga’ et quel sangue sua madre che le diede la morte portò di lì a poco con essa a casa et poi lo vuotò nell’olletto ossia vaso dell’unto con il quale si ungeva mentre andava per aria”, allontanandosi “gambe a cavallo del bastone”.

Secondo la tradizione, sempre a Muzzano, in un luogo suggestivo ed appartato, a strapiombo sull’Elf ed accanto alla strada vecchia per Ai Cèp, si sarebbero riunite presenze davvero straordinarie: le fate coi piedi d’oca, le stesse che vivevano nelle grotte (le “bòre”) sotto al Dèir Saltzer dove celebravano i loro riti gli antichi Salassi.

Figure leggendarie, un po’ diaboliche ma anche magiche; sicuramente straordinarie.

Diciotto anni fa, alle fate dai pé d’òca di Muzzano é stato dedicato un capitolo dell’importante saggio etnografico di Alberto Lisi e Roberto Roda sulle “Eroine, streghe, anguane. Leggende d’acqua e di metamorfosi dal Po alla Neretva” realizzato con la collaborazione della celebre attrice Selen che con alcune danzatrici ha ricostruito teatralmente le scene della danza misteriosa degli esseri coi piedi deformi.

Ma il piccolo popolo dei pé d’òca di Muzzano, possessore di grandi ricchezze, segreti della lavorazione casearia, allegro e felice trova nel folklore alpino una stirpe magica molto simile nella vallata ossolana di Macugnaga.

Me ne segnalano l’esistenza Silvia Kuro e Mirko Volpe animatori del progetto musicale “Murmur Mori” che recupera ritmi e melodie della nostra tradizione popolare.

Essi mi hanno scritto che assomigliano molto alle nostre creature fantastiche il “Gotwiarghini”, un essere fantastico “diffuso nell’arco alpino, dal nome traducibile dalla lingua walser come “buon lavoratore”, insegnava agli abitanti delle alpi il modo di lavorare il siero del latte per ottenere burro e formaggio. Si dice conoscesse un terzo modo di lavorarlo che mantenne segreto per evitare che il siero non venisse più donato ai poveri. Questo essere è descritto come un uomo dai piedi al contrario, e la leggenda(che si può ascoltare da noi musicata dal nostro disco “Radici”) riporta il giorno in cui decise di sparire, arrampicandosi su un gomitolo lanciato in cielo, perché venne preso in giro per il suo aspetto da un bambino. A nostro giudizio la leggenda rispecchia un cambio generazionale, figlio della rivoluzione industriale, che non si cura più di vivere la montagna lavorandone i doni con rispetto, ma abbandona lo stile di vita agricolo-pastorale disprezzando quasi la Natura”.

Perfettamente d’accordo.

L’ostilità cittadina ed il disprezzo del Potere (non solo quello captalista) per il mondo ‘pagano’ e marginale delle montagne si rivela anche nella definizione spregiativa di “patois” (da ‘patte’, i piedi) con cui si definivano gli armoniosi linguaggi delle Alpi.

Solo il folklore, la sapienziale memoria dei ceti subalterni, non ha perso memoria d’un antico Popolo fuggito di fronte al predominio violento della società dominante per non soccombere del tutto.

E’ quello che in Svizzera abitava davvero nelle “Case dei Pagani” scavate nella roccia; degli emarginati “Agoti” o “Cagots” dei Paesi baschi costretti a cucire sul vestito un segno in forma di piedi d’oca; delle fantastiche fate coi pé d’òca del Biellese e di questi Gorwiarghini della valle Anzasca; piccoli di statura,  piedi palmati e rivolti all’indietro, che portavano un cappellaccio coi campanelli per avvertire della loro presenza, che nascondevano l’oro nelle caverne e si riunivano sotto il grande tiglio di Macugnaga.

Un mondo di vinti. Ma vivi nel mondo della nostra fantasia. Più vera dei vero.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail. Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro reperibile alla libreria “Ieri e Oggi” di via Italia a 13900 Biella: “Biellese Segreto”.

Roberto Gremmo

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